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Categoria: Procedura civile

Ud. 26.2.2019 – P.U. – Pubbl. 25/03/2019 – Racc. Gen. SE Parz. 8312/2019 – Rel. Tria

Processo civile – giudizio di cassazione – omesso deposito di copia autentica della sentenza impugnata – deposito tempestivo di copia analogica notificata telematicamente ma priva di attestazione di conformità – conseguenze – improcedibilità del ricorso – anche in caso di mancato disconoscimento della conformità o di intervenuta asseverazione di conformità sino all’udienza – questione di massima di particolare importanza sollevata dalla Sesta-III Sezione civile con ordinanza interlocutoria n. 28844 del 2018 (RGN 21805 del 2017).

SU dichiarano il ricorso procedibile e rinviano alla Terza Sezione Civile per l’esame dei motivi del ricorso. Alla suddetta conclusione di procedibilità del ricorso si perviene, risolvendo la sollevata questione di massima di particolare importanza e le questioni con essa connesse con l’enunciazione ‒ in continuità con la sentenza delle stesse SU n. 22438 del 2018 ‒ dei seguenti principi di diritto: 1) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata predisposta in originale telematico e notificata a mezzo PEC priva di attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, della legge n. 53 del 1994 oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificatogli ex art. 23, comma 2, del d.lgs. n. 82 del 2005. Invece, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, il ricorrente ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio nell’ipotesi in cui l’unico destinatario della notificazione del ricorso rimanga soltanto intimato (oppure tali rimangano alcuni o anche uno solo tra i molteplici destinatari della notifica del ricorso) oppure comunque il/i controricorrente/i disconosca/no la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata; 2) i medesimi principi si applicano all’ipotesi di tempestivo deposito della copia della relata della notificazione telematica della decisione impugnata ‒ e del corrispondente messaggio PEC con annesse ricevute ‒ senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, della legge n. 53 del 1994 oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa; 3) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata redatta in formato elettronico e firmata digitalmente (e necessariamente inserita nel fascicolo informatico) senza attestazione di conformità del difensore ex art. 16-bis, comma 9-bis, d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221 oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio; 4) il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica della decisione impugnata sottoscritta con firma autografa ed inserita nel fascicolo informatico senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, della legge n. 53 del 1994 oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non comporta l’applicazione della sanzione dell’improcedibilità ove l’unico controricorrente o uno dei controricorrenti (anche in caso di tardiva costituzione) depositi copia analogica della decisione stessa ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale della decisione stessa. Mentre se alcune o tutte le controparti rimangono intimate o comunque depositino controricorso ma disconoscano la conformità all’originale della copia analogica non autenticata della decisione tempestivamente depositata il ricorrente, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità, ha l’onere di depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica della decisione impugnata sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio; 5) la comunicazione a mezzo PEC a cura della cancelleria del testo integrale della decisione (e non del solo avviso del relativo deposito), consente di verificare d’ufficio la tempestività dell’impugnazione, mentre per quanto riguarda l’autenticità del provvedimento si possono applicare i suindicati principi, sempre che ci si trovi in “ambiente digitale”.

IMPUGNAZIONI CIVILI. Notificazione della sentenza – Decorrenza del termine breve per il notificante – Momento rilevante – Dalla data di esecuzione della notifica nei confronti del destinatario.

Le Sez. U., a risoluzione di contrasto, hanno affermato che, nell’ipotesi di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325 decorre, anche per il notificante, dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti.

(S.U., sentenza n.  6278, del 4 marzo 2019, Pres. G. Mammone, Est. L.G. Lombardo)

Cassazione sent. n. 10266/2018 – Equivalenza tra le firme Cades e Pades

La questione è stata sollevata a seguito di eccezione circa la ritualità della notifica di un controricorso, avvenuta con allegazione al messaggio di PEC di tre files con estensione <*.pdf> e non <*.p7m>, e, quindi, da ritenersi privi di firma digitale.

Le Sezioni Unite hanno definitivamente precisato che:

“Dunque, secondo la normativa nazionale, la struttura del documento firmato può essere indifferentemente PAdES o CAdES. Il certificato di firma è inserito nella busta crittografica, che è pacificamente presente in entrambi gli standards abilitati (www.agid.gov.it/sites/default/files/linee guida/firme multiple.pdf) a mente dell’art. 1, lett. y) – z), del decreto dirigenziale del 16 aprile 2014. Solo nel caso del formato CAdES l’art. 12 è, ovviamente, tenuto a precisare che il file generato si presenta denominato coll’estensione finale <*.p7m>, detta anche suffisso, ovverosia <nomefile.pdf.p7m>. Nel caso del formato PAdES, invece, l’art. 12 non dà alcuna indicazione, perché tecnicamente il file sottoscritto digitalmente secondo tale standard mantiene il comune aspetto, che è solo apparentemente indistinguibile, poiché la busta crittografica generata con la firma PAdES contiene sempre il documento, le evidenze informatiche e i prescritti certificati. Il che offre tutte le garanzie e verifiche del caso, anche secondo il diritto euro-unitario (http://www.agid.gov.it/agenda-digitale/infrastrutture- architetture/firme-elettroniche/software-verifica)”.

Concludendo:

si deve escludere che le disposizioni tecniche tuttora vigenti (pure a livello di diritto dell’UE) comportino in via esclusiva l’uso della firma digitale in formato CAdES, rispetto alla firma digitale in formato PAdES. Né sono ravvisabili elementi obiettivi, in dottrina e prassi, per poter ritenere che solo la firma in formato CAdES offra garanzie di autenticità, laddove il diritto dell’UE e la normativa interna certificano l’equivalenza delle due firme digitali, egualmente ammesse dall’ordinamento sia pure con le differenti estensioni <*.p7m> e <*.pdf>. Addirittura, nel processo amministrativo telematico, per ragioni legate alla piattaforma interna, è stato adottato il solo standard PAdES (artt. 1, 5, 6, specifiche tecniche p.a.t., d.P.R. 16/02/2016, n. 40), mentre la giurisprudenza amministrativa riconosce la validità degli standards dell’UE tra i quali figurano, come già detto, sia quello CAdES, sia quello PAdES (Cons. Stato, n. 5504/2017, cit.).

 

Liquidazione dei compensi dell’avvocato: il Tribunale deve giudicare in composizione collegiale

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 17 ottobre 2017 – 4 gennaio 2018, n. 68
Presidente Bianchini – Relatore Federico

Esposizione del fatto

Con ricorso del 30 dicembre 2004 l’avv. L.P. , premesso di non essere stato retribuito per la prestazione professionale resa in favore di La.Ni. e Lu.Vi. in una controversia civile, chiedeva la condanna dei convenuti al pagamento dei compensi dovuti pari a 31.667,48 Euro.
I convenuti, nel costituirsi, opponevano di aver già corrisposto al legale il proprio compenso mediante assegni bancari, che venivano prodotti in fotocopia, e contestavano talune voci richieste, in quanto non dovute.
Con ordinanza dell’11 ottobre 2005, il giudice monocratico del Tribunale di Bari accoglieva parzialmente la domanda, riconoscendo al L. il compenso di 13.625,12 Euro, oltre ad Iva, cpa ed interessi.
Sull’appello proposto da Lu.Vi. e La.Ni. , la Corte d’Appello di Bari, con ordinanza del 10 febbraio 2009, rilevava che l’appello era ammissibile considerata la natura sostanziale di sentenza dell’ordinanza impugnata, e, ritenuta la necessità di ulteriore istruzione della causa, ordinava la produzione in originale degli assegni ed ammetteva interrogatorio formale dell’avv. L. .
All’esito degli incombenti istruttori, La Corte territoriale deferiva all’avv. L. giuramento suppletorio, che il legale prestava, negando di aver percepito i compensi professionali dovuti e di aver incassato gli assegni. Con la sentenza n.1533/2013 la Corte d’Appello di Bari dichiarava la nullità della sentenza di primo grado, ex art. 50 quater cpc, in quanto la causa, attribuita alla cognizione del collegio, era stata trattata dal giudice monocratico.
Decidendo la causa nel merito, confermava la determinazione del compenso secondo quanto stabilito del primo giudice, ritenendo l’applicabilità alla fattispecie in esame dei parametri di cui al DM 140/2012.
Su tali somme riconosceva i soli interessi legali, con esclusione della rivalutazione monetaria, trattandosi di credito di valuta.
Rigettava la domanda di risarcimento dei danni da responsabilità aggravata, in quanto, in forza del deferito giuramento suppletorio, risultava che gli assunti degli appellanti non erano del tutto destituiti di fondamento.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso l’avv. L. con dodici motivi.
I signori Lu. e La. hanno resistito con controricorso.
Il ricorrente ha altresì depositato memoria illustrativa ex art. 378 cpc.

Considerato in diritto

Deve preliminarmente disattendersi l’eccezione di inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 n.3) codice di rito, atteso che esso contiene l’esposizione chiara ed esauriente dei fatti di causa, dalla quale risultano le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte, in modo sintetico ma esauriente, nonché lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni essenziali (Cass. 19767/2015) e tutti gli elementi necessari a desumere le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito (Cass. 14784/2015).
Vanno del pari disattese le eccezioni di inammissibilità del controricorso, per mancata allegazioni di difese idonee a contrastare i motivi di ricorso, trattandosi di valutazione che attiene al merito delle difese dei resistenti. Deve infine respingersi l’eccezione di tardività del controricorso, genericamente sollevata nella memoria ex art. 378 cpc dal ricorrente, atteso che a fronte del perfezionamento della notifica del ricorso in data 2 gennaio 2014 il controricorso risulta consegnato per la notifica il 7 febbraio 2014, e quindi tempestivamente.
Il primo motivo (sub A) denuncia la violazione degli artt. 29 e 30 l.794/42, dell’art. 111 Cost. e la contraddittorietà della motivazione per avere la Corte ritenuto la propria competenza, nonostante la natura di “ordinanza” del provvedimento del Tribunale di Bari impugnato.
Il secondo motivo (sub B) denuncia violazione dell’art. 345, 166, 167 e 183 cpc, deducendo che i signori Lu. e La. nel corso del giudizio di primo grado non avevano mai dedotto la violazione degli artt. 50 bis e 50 quater codice di rito, con conseguente violazione del divieto di ius novorum in appello.
I motivi che precedono, che, in quanto connessi, vanno unitariamente esaminati, sono inammissibili poiché non colgono la ratio della pronuncia impugnata.
Il giudice di appello, in conformità al consolidato indirizzo di questa Corte, ha infatti ritenuto che la speciale procedura di liquidazione dei compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati in materia civile, regolata dagli artt. 28 e ss. della legge 13 giugno 1942, n. 794 (“ratione temporis” vigenti), non fosse applicabile nel caso di specie in quanto la controversia riguardava non soltanto la semplice determinazione della misura del corrispettivo spettante al professionista, bensì anche i presupposti stessi del diritto al compenso e la sussistenza di cause estintive o limitative della pretesa azionata.
Tale statuizione è conforma a diritto.
Il procedimento ordinario è il solo previsto e consentito per la definizione di tali questioni, sicché, in questo caso, l’intero giudizio deve concludersi con un provvedimento che, seppur adottato in forma di ordinanza, ha valore di sentenza, impugnabile unicamente con l’appello (Cass. 1666/12; 21554/2014).
Da ciò discende altresì la nullità del provvedimento impugnato, in quanto reso in forma monocratica piuttosto che in forma collegiale, come correttamente affermato dal Tribunale nell’impugnata sentenza.
Nessuna preclusione risulta peraltro essersi determinata in ordine al rilievo di tale nullità, trattandosi di nullità assoluta e rilevabile d’ufficio, che non si sottrae, peraltro, al principio della conversione delle cause di nullità in motivi di impugnazione, onde soltanto la mancata denuncia di tale nullità in sede di gravame comporta l’impossibilità di un suo rilievo e la sua sanatoria (Cass. 17834/2013).
Il terzo motivo (sub C) denuncia anzitutto la violazione e falsa applicazione dell’art. 28 l. 794/42 e dell’art. 216 cpc, deducendosi la irritualità delle censure sollevate dalle controparti nel giudizio in camera di consiglio di cui all’art. 28 l. 794/1942, aventi ad oggetto il versamento di acconti ed altre eccezioni il cui ambito esulerebbe dal presente giudizio.
Si denuncia inoltre, in relazione all’art. 360 n. 5) cpc, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sull’esame delle risultanze documentali, avuto riguardo agli assegni bancari prodotti in giudizio dalle controparti.
Entrambe le censure in cui si articola il motivo sono inammissibili.
Avuto riguardo alla prima censura essa non coglie la ratio della pronuncia impugnata, che, come già evidenziato, ha affermato, in conformità al consolidato indirizzo di questa Corte, che in conseguenza dell’allargamento del thema decidendum derivante dalle contestazioni dei convenuti si sarebbe dovuto disporre il mutamento del rito, da quello speciale a quello ordinario di cognizione con competenza collegiale, come disposto nel giudizio di appello.
Del pari inammissibile, per carenza di decisività, la seconda censura, in quanto neppure essa coglie la ratio della sentenza impugnata.
La Corte territoriale, infatti, ha fondato la propria pronuncia non già sulle risultanze degli assegni, stante l’impossibilità di acquisire gli originali in a causa del periodo trascorso, ma sul giuramento suppletorio, in cui l’odierno ricorrente aveva negato di aver percepito compensi e di aver incassato gli assegni.
Sotto altro profilo, la censura è inammissibile in quanto lamenta una insufficiente o contraddittoria motivazione, per non avere la Corte territoriale valutato in modo adeguato le risultanze istruttorie, vizio non più censurabile alla luce del nuovo disposto del n.5) comma 1 dell’art. 360 codice di rito, (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014), applicabile ratione temporis.
Con il quarto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, la contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia e l’omessa o carente motivazione in ordine alle risultanze documentali ex art. 360 n.5) cpc.
Il ricorrente deduce che nel caso di specie la domanda di pagamento degli onorari era fondata su una parcella su cui erano riportate le voci mai analiticamente contestate dal cliente, onde il giudice non avrebbe potuto discostarsene: secondo la prospettazione del ricorrente, essendo decorso il termine di tre mesi dall’invio della propria parcella ai propri clienti le relative risultanze erano divenute incontestabili e davano diritto al riconoscimento della rivalutazione monetaria.
Pure tale motivo è inammissibile per diversi profili.
Innanzitutto la censura non attinge la ratio della pronuncia, che ha affermato l’applicabilità del DM 140/2012 al caso di specie.
Tale statuizione della sentenza impugnata che, si ripete, non viene specificamente censurata nel motivo, supera la questione relativa alla contestazione delle singole voci della parcella che peraltro, in violazione del canone di autosufficienza, non viene riportata nel corpo del ricorso, ed al riconoscimento della rivalutazione monetaria.
La disciplina del DM 140/2012 ed i parametri di liquidazione ivi previsti, sono infatti incompatibili con il criterio della mancata contestazione delle voci indicate nella parcella, invocato dal ricorrente.
Si osserva, in ogni caso, avuto riguardo alla chiesta rivalutazione monetaria, che, anche con riferimento alle tariffe forensi pregresse al DM 140/2012 questa Corte ha più volte evidenziato che, pur a fronte della mancata contestazione della parcella nei tre mesi successivi, la successiva controversia con cui si contesti la pretesa del legale, comporta l’inapplicabilità della disposizione e la riconduzione del caso alla fattispecie di cui all’art. 1224 c.c., con la conseguenza che la corresponsione degli interessi moratori consegue solo all’accertamento del credito mediante provvedimento giurisdizionale, onde solo dalla data di questo (e non da quello di invio della parcella) decorrono gli interessi (Cass.2431/2011).
Va infine affermata l’inammissibilità della censura di omessa o contradittoria motivazione, non più censurabile, alla luce del nuovo disposto del n.5) comma 1 dell’art. 360 codice di rito, (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014), applicabile ratione temporis.
Il quinto motivo (sub E) denuncia violazione del principio costituzionale del giusto processo e l’inammissibilità ed infondatezza della domanda di trasformazione del rito speciale in procedimento ordinario ex artt. 28 e 28 l. 794/1942, in relazione all’art. 360 n.3) cpc.
Pure tale motivo è infondato.
Come già evidenziato, la statuizione della Corte territoriale, che ha attribuito valore di sentenza alla pronuncia del primo giudice ed ha ritenuto, in virtù dell’ampliamento del thema decidendum, avente ad oggetto l’estinzione del credito professionale del professionista, la trasformazione del rito speciale in rito ordinario, è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte, secondo cui nei casi in cui il thema decidendum avesse esorbitato dalla mera determinazione della misura dei compensi la controversia non poteva più essere trattata nelle forme della procedura sommaria: la necessità delle verifiche, infatti, faceva venir meno le ragioni che giustificavano la deroga al principio del doppio grado di giudizio ed il procedimento doveva svolgersi secondo il rito ordinario (Cass. 13640/2010).
Da ciò, come già evidenziato, la conseguenza che qualora il giudice avesse provveduto nel merito di una controversia ex art. 28 l. 794/1942 estesa anche all’an, il provvedimento, benché adottato in firma di ordinanza, aveva comunque valore di sentenza, sicché era impugnabile solo con l’appello e non anche con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., poiché si trattava di questioni di merito, la cui cognizione non poteva essere sottratta al doppio grado di giurisdizione (Cass. 1666/2012; 21554/2014).
Il sesto motivo (F) denuncia violazione di norme di diritto e contraddittorietà della motivazione, per la mancata applicazione dello scaglione massimo della tariffa professionale forense previsto dal DM Giustizia 9.4.2004.
Pure tale motivo è inammissibile per difetto di decisività, atteso che, come già evidenziato, la Corte territoriale ha affermato l’applicabilità del Dm 140/2012.
Il settimo motivo (G) denuncia la violazione degli artt. 221 e 214 cpc, deducendo che i documenti (gli assegni bancari) sui quali si fondava l’eccezione di estinzione sollevata dalle controparti erano privi di efficacia, atteso che, a fronte del disconoscimento e querela di falso proposti dal ricorrente, le controparti non avevano provveduto a presentare istanza di verificazione, con conseguente inutilizzabilità della relativa documentazione.
Pure tale motivo è inammissibile in quanto non attiene alla ratio della sentenza impugnata.
Il ricorrente deduce infatti l’infondatezza, nel merito, dell’eccezione di estinzione sollevata dalle controparti, in quanto fondata su documenti inutilizzabili, ma non investe il presupposto del mutamento del rito, costituito dall’ampliamento del thema decidendum, anche in relazione all’an della prestazione professionale, in conseguenza dell’eccezione di estinzione dei resistenti, da valutarsi, ai fini del mutamento suddetto, indipendentemente dalla sua fondatezza.
Pure l’ottavo motivo (H), con il quale si denuncia la violazione dell’art. 5 allegato al DM Giustizia 9.4.2004 è inammissibile poiché non coglie la ratio della pronuncia impugnata, che ha affermato l’applicabilità del DM 140/2012, incompatibile con la disposizione invocata sia con riferimento alla voce “discussione orale” che alla “maggiorazione del 20% sugli onorari”, non più previste sulla base dei parametri liquidativi previsti dal DM 140/2012.
Con il nono motivo (I) si denuncia la violazione degli artt. 2, 3, 4, 5 e 6 D.lgs. 231/2002, delle disposizioni del DM 22.6.1982 e dell’art. 429 cpc, lamentando il mancato riconoscimento di interessi moratori e rivalutazione monetaria sul proprio compenso.
Pure tale motivo è inammissibile, in quanto fondato sul richiamo ad una normativa diversa da quella che il giudice di merito, con statuizione che non è stata impugnata, ha ritenuto applicabile al caso di specie.
In ogni caso, anche con riferimento alla normativa anteriore, secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, se è vero che, in tema di liquidazione di diritti ed onorari di avvocato e procuratore a carico del cliente, la disposizione comune alle tre tariffe forensi (civile, penale e stragiudiziale) contenuta nel D.M. 14 febbraio 1992 n. 238 prevede che gli interessi di mora decorrano dal terzo mese successivo all’invio della parcella, quando tuttavia insorge controversia tra l’avvocato ed il cliente circa il compenso per prestazioni professionali, il debitore non può essere ritenuto in mora prima della liquidazione del debito, che avviene con l’ordinanza che conclude il procedimento ex art. 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794 (che è di particolare, sollecita definizione), sicché è da quella data – e nei limiti di quanto liquidato dal giudice – e non da una data anteriore, che va riportata la decorrenza degli interessi (Cass. 2413/2011).
Il decimo (L) e dodicesimo motivo (N) denunciano la violazione, rispettivamente, dell’art. 91 cpc e degli artt. 24 e 92 cpc, lamentando l’integrale compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio.
I motivi che, in quanto connessi, vanno unitariamente esaminati, sono infondati.
Il giudice di appello, con motivazione logica ed adeguata, ha infatti ritenuto che il limitato riconoscimento del compenso del professionista a fronte dell’ammontare complessivo del credito richiesto, nonché il rigetto, oltre che dell’appello principale degli odierni resistenti, anche dei motivi di appello incidentale del ricorrente, su tariffe applicabili, richiesta di rivalutazione monetaria, decorrenza degli interessi e maggiorazione del 20% sulle proprie competenze, comportasse reciproca soccombenza, e dunque giustificasse la pronuncia di compensazione delle spese di lite. Tale statuizione è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte, secondo cui la nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale delle spese processuali, sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate, che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero una parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in unico capo (Cass. 21684/2013).
L’undicesimo motivo (M) denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 96 cpc per la mancata condanna delle controparti per responsabilità aggravata, ai sensi della norma suddetta.
Pure tale motivo è infondato.
Nel caso di specie, la soccombenza reciproca tra le parti alla luce del limitato riconoscimento del credito del professionista e la conseguente integrale compensazione delle spese di lite, nonché l’accertamento del giudice di appello, secondo cui gli assunti degli appellanti ed odierni resistenti non erano del tutto peregrini, esclude la sussistenza di mala fede o colpa grave a carico dei medesimi, con la conseguenza che non sussistono i presupposti della responsabilità art. 96 cpc nei loro confronti. Va da ultimo esaminata la richiesta di condanna del ricorrente ex art. 96 cpc formulata nel controricorso dagli odierni resistenti.
Deve rilevarsi l’ammissibilità di detta istanza che, come questa Corte ha già affermato, può essere proposta anche nel giudizio di legittimità per il risarcimento dei danni causati dal ricorso per cassazione, purché essa sia formulata nel controricorso, con una prospettazione della temerarietà della lite, riferita a tutti i motivi del ricorso e che deve valutarsi riguardo all’esito globale della controversia e, quindi, rispetto al ricorso nella sua interezza(Cass.21805/2012).
La domanda è peraltro infondata.
Non è infatti ravvisabile la temerarietà del ricorso, che, come già evidenziato, implica la mala fede e dunque la coscienza di operare slealmente, ovvero la grave mancanza di diligenza, situazioni che, pur a fronte dell’infondatezza del ricorso, non sussistono nel caso di specie.
E ciò sia avuto riguardo alle peculiarità delle questioni processuali trattate, attinenti alla natura sostanziale del provvedimento conclusivo del giudizio di primo grado ed al passaggio dal rito speciale a quello ordinario, sia considerato l’esito della controversia ed il complessivo tenore degli atti difensivi del ricorrente.
Il ricorrente va invece condannato alla refusione ai resistenti delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
Sussistono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dpr 115/2002, applicabile ai procedimenti instaurati dal trentesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge, avvenuta il 30 gennaio 2013.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente alla refusione ai resistenti delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi 5.200,00 Euro, di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario per spese generali in misura del 15%, ed accessori di legge.
Dà atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 30 maggio 2002 n.115.

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 20-09-2017) 17-11-2017, n. 27369

Non risulta ritualmente dimostrata la notificazione di un atto quando la parte produce in giudizio una stampa cartacea delle relate di notificazione e dei documenti inviati in via telematica priva della sottoscrizione autografa dell’attestazione di conformità. Questo è quanto stabilito dall’ordinanza n. 27369/2017 della Suprema Corte di cassazione.
Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 20-09-2017) 17-11-2017, n. 27369
Fatto Diritto P.Q.M.
PROCEDIMENTO CIVILE
Ricorso per cassazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26109/2016 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliato in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato RAFFAELE PISACANE; – ricorrente –

contro

A.G., A.F., elettivamente domiciliati in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato LUIGI AMBROSIO, FRANCESCO AMBROSIO; – controricorrenti –

avverso la sentenza n. 3312/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 05/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 20/09/2017 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI. Dato atto che il Collegio ha disposto la motivazione semplificata.

Svolgimento del processo

che: la Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza di primo grado che aveva accolto la domanda di rilascio di un fondo rustico già concesso in comodato gratuito da A.G. e F. a F.M., che si era opposto alla domanda contestando l’esistenza del comodato ed eccependo l’intervenuta usucapione in proprio favore;

la Corte ha affermato, fra l’altro, che il primo giudice aveva “fatto buon governo delle risultanze istruttorie” e aveva “correttamente interpretato e vagliato il materiale di prova, militante indubitabilmente per la sussistenza del comodato gratuito precario”, senza che il F. fosse riuscito a dimostrare l’asserita interversione della detenzione in possesso;

ha proposto ricorso per cassazione il F., affidandosi ad un unico articolato motivo, con cui ha denunciato l'”omesso ovvero insufficiente esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 1141 c.c., in totale incompatibilità con l’art. 1810 c.c.“, nonchè l'”omessa e/o inadeguata valutazione del materiale probatorio offerto agli atti in ordine alla risalente apprensione del bene in contestazione e alle manifestazioni dell’animus rem sibi habendi”;

hanno resistito gli intimati con unico controricorso.

Motivi della decisione

che: il ricorso è inammissibile nella parte in cui lamenta l’omesso esame di un documento (denuncia-querela del 26.9.2008) senza ottemperare all’onere di trascriverlo e di indicarne la sede di reperimento (ex art. 366 c.p.c., n. 6), così impedendo alla Corte di valutarne la decisività sulla base della sola lettura del ricorso (tanto più alla luce delle contestazioni dei controricorrenti circa l’effettivo contenuto integrale della denuncia);

il motivo è, per il resto, inammissibile in quanto non individua alcun error iuris in cui sarebbe incorsa la Corte, ma si risolve nella contestazione della valutazione complessiva del materiale probatorio, proponendone una lettura alternativa funzionale all’affermazione dell’insussistenza del comodato, in tal modo sollecitando un accertamento di merito non consentito in sede di legittimità;

non deve disporsi la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di lite, in quanto il controricorso non risulta ritualmente proposto per mancanza di prova dell’avvenuta notifica a controparte: l’atto depositato dagli Am. contiene, infatti, una stampa cartacea delle relate e dei documenti inviati in via telematica che non risulta idonea a comprovare la notifica in quanto carente di sottoscrizione autografa dell’attestazione di conformità (cfr. Cass. n. 18758/2017, Cass. n. 17450/2017 e Cass. n. 7443/2017, in motivazione);

trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2017