• Infoline: +39.035.244201

Categoria: Diritto di famiglia

Assegno divorzile – Revisione – Giustificati motivi sopravvenuti ex art. 9, comma 1, legge n. 898 del 1970 – Accertamento di fatto – Necessità – Mutamento giurisprudenziale – Irrilevanza ex se – Fondamento.

La Prima Sezione civile, decidendo sulla domanda di revisione dell’assegno divorzile determinato anteriormente all’evoluzione giurisprudenziale recata da Sez. 1, 10 maggio 2017, n. 11504 e Sez. U, 11 luglio 2018, n. 18287 in ordine alla sua natura e funzione, ha affermato che tale mutamento dell’orientamento della S.C. non integra, ex se, i giustificati motivi sopravvenuti richiesti dall’art. 9, comma 1, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 per la revisione dell’assegno, atteso che – in forza della formazione rebus sic stantibus del giudicato sulle statuizioni cd. determinative e del carattere meramente ricognitivo dell’esistenza e del contenuto della regula iuris proprio della funzione nomofilattica, che non soggiace al principio di irretroattività – il mutamento sopravvenuto delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi attiene agli elementi di fatto e deve essere accertato dal giudice ai fini del giudizio di revisione, da rendersi, poi, al lume del diritto vivente.

(Prima Sezione civile, sentenza n. 1119 del 20 gennaio 2020, Pres. M.C. Giancola, est. M.G.C. Sambito)

Riconoscimento dell’efficacia di provvedimento giurisdizionale straniero di accertamento del rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d’intenzione cittadino italiano – Esclusione – Fondamento.

Le Sezioni Unite, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che  il riconoscimento dell’efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero con cui sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante il ricorso alla maternità surrogata ed il genitore d’intenzione munito della cittadinanza italiana trova ostacolo nel divieto della surrogazione di maternità previsto dall’art. 12, comma sesto, della legge n. 40 del 2004, qualificabile come principio di ordine pubblico, in quanto posto a tutela di valori fondamentali, quali la dignità umana della gestante e l’istituto dell’adozione; la tutela di tali valori, non irragionevolmente ritenuti prevalenti sull’interesse del minore, nell’ambito di un bilanciamento effettuato direttamente dal legislatore, al quale il giudice non può sostituire la propria valutazione, non esclude peraltro la possibilità di conferire rilievo al rapporto genitoriale, mediante il ricorso ad altri strumenti giuridici, quali l’adozione in casi particolari, prevista dall’art. 44, comma primo, lett. d), della legge n. 184 del 1983.

(Sez. Unite, sentenza n. 12193 dell’8 maggio 2019, Presidente G. Mammone, Estensore G. Mercolino)   

Riconoscimento dell’efficacia di provvedimento giurisdizionale straniero di accertamento del rapporto di filiazione – Giudizio relativo – Pubblico Ministero – Litisconsorzio necessario – Configurabilità – Legittimazione all’impugnazione della decisione – Esclusione.

Le Sezioni Unite, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che nel giudizio avente ad oggetto il riconoscimento dell’efficacia di un provvedimento giurisdizionale straniero con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero ed un cittadino italiano, il Pubblico Ministero riveste la qualità di litisconsorte necessario, ai sensi dell’art. 70, comma 1, n. 3 c.p.c., ma è privo della legittimazione ad impugnare la relativa decisione, non essendo titolare del potere di azione, neppure ai fini dell’osservanza delle leggi di ordine pubblico.

(Sez. Unite, sentenza n. 12193 dell’8 maggio 2019, Presidente G. Mammone, Estensore G. Mercolino)   

Provvedimento giurisdizionale straniero di accertamento del rapporto di filiazione – Rifiuto di trascrizione nei registri dello stato civile non determinato da vizi formali – Conseguenze – Controversia di stato – Procedimento ex art. 67 della l. n. 218 del 1995 – Sindaco – Legittimazione passiva – Ministero dell’Interno – Legittimazione ad intervenire ed impugnare.

Le Sezioni Unite, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che il rifiuto di procedere alla trascrizione nei registri dello stato civile di un provvedimento giurisdizionale straniero con il quale sia stato accertato il rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero ed un cittadino italiano, se non determinato da vizi formali, dà luogo ad una controversia di stato, da risolversi mediante il procedimento disciplinato dall’art. 67 della legge n. 218 del 1995, in contraddittorio con il Sindaco, in qualità di ufficiale dello stato civile, ed eventualmente con il Ministero dell’interno, legittimato a spiegare intervento nel giudizio, in qualità di titolare della competenza in materia di tenuta dei registri dello stato civile, nonché ad impugnare la relativa decisione.

(Sez. Unite, sentenza n. 12193 dell’8 maggio 2019, Presidente G. Mammone, Estensore G. Mercolino)   

Riconoscimento dell’efficacia di provvedimento giurisdizionale straniero – Compatibilità con l’ordine pubblico – Criteri di valutazione – Principi fondamentali della Costituzione e delle fonti internazionali e sovranazionali –  Interpretazione della giurisprudenza costituzionale ed ordinaria – Rilevanza.

Le Sezioni Unite, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che, in tema di riconoscimento dell’efficacia del provvedimento giurisdizionale straniero, la compatibilità con l’ordine pubblico, richiesta dagli artt. 64 e ss. della legge n. 218 del 1995, deve essere valutata alla stregua non solo dei principi fondamentali della nostra Costituzione e di quelli consacrati nelle fonti internazionali e sovranazionali, ma anche del modo in cui gli stessi si sono incarnati nella disciplina ordinaria dei singoli istituti, nonché dell’interpretazione fornitane dalla giurisprudenza costituzionale ed ordinaria, la cui opera di sintesi e ricomposizione dà forma a quel diritto vivente dal quale non può prescindersi nella ricostruzione delle nozione di ordine pubblico, quale insieme dei valori fondanti dell’ordinamento in un determinato momento storico.

(Sez. Unite, sentenza n. 12193 dell’8 maggio 2019, Presidente G. Mammone, Estensore G. Mercolino) 

LINEE GUIDA NELLA REDAZIONE DEGLI ATTI IN MATERIA DI FAMIGLIA IN MANIERA CHIARA E SINTETICA

La Corte d’Appello di Milano, il Tribunale di Milano, il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano e l’Osservatorio della Giustizia civile di Milano hanno approvato le Linee guida nella redazione degli atti in materia di diritto di famiglia in maniera chiara e sintetica, che saranno presentate al pubblico oggi giovedì 14 marzo alle ore 14:30 presso il Salone Valente di Via Freguglia – Milano (si vedano gli allegati).

Testo delle linee guida

Locandina dell’evento di presentazione 14.03.2019

Articolo de Il Sole24Ore sull’evento di presentazione
12.03.2019

L’obiettivo delle Linee guida è di mettere al centro la tutela dei diritti fondamentali delle persone, sia dei gili minori e dei figli maggiorenni non economicamente indipendenti, sia delle parto, in particolare della parte più debole, che si realizza anche attraverso l’offerta di informazioni chiare e complete sulla vicenda familiare, sulle condizioni personali ed economiche delle parti, oltre che sulle esigenze dei figli coinvolti.

A tal fine, sono stati predisposti i seguenti modelli:
 

Assegno di divorzio: la decisione delle Sezioni Unite

L’assegno di divorzio ha funzione assistenziale, compensativa e perequativa.

Questo è quanto affermato dalle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione che con la sentenza n. 18287/2018 appena depositata hanno risolto l’atteso contrasto giurisprudenziale dopo la nota sentenza Grilli (la n. 11504) che ha mandato in soffitta il criterio del tenore di vita.

Il testo integrale della sentenza: pdf

Corte Costituzionale e maternità surrogata

 

  • Vuoi una consulenza su quest’argomento? Contattaci

    Non è conforme all’interesse del minore alla stabilità del proprio status, porre nel nulla lo status acquisito attraverso l’accoglimento dell’azione di cui all’art. 263 c.c., per poi dare adito al percorso dell’adozione in casi particolari. Dalla lettura della sentenza si evidenziano spazi alla valutazione in concreto dell’interesse del minore ma anche una preoccupazione nel ribadire il disvalore della pratica della maternità surrogata. In questa situazione sarebbe opportuno un intervento legislativo alla legge 40/2004 in modo da estendere i principi affermati per la fecondazione eterologa alla maternità surrogata.

    Continua a leggere

Cessazione dell’assegno di mantenimento in caso di instaurazione di una nuova famiglia

Cessazione dell’assegno di mantenimento in caso di instaurazione di una nuova famiglia

L’instaurazione di una nuova famiglia, anche di fatto, da parte del coniuge separato fa venir meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge, a prescindere da ogni connessione con il modello di vita caratterizzante la fase precedente di convivenza matrimoniale.

(Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 16982/18; depositata il 27 giugno)

Vuoi una consulenza su quest’argomento? Contattaci  Continua a leggere

La pregiudizialità della rimozione dello stato di figlio naturale rispetto al riconoscimento di altra paternità

La pregiudizialità della rimozione dello stato di figlio naturale rispetto al riconoscimento di altra paternità

E’ legittima la sospensione del giudizio di accertamento della paternità promosso dalla stessa attrice che successivamente promuove un’ulteriore giudizio per disconoscere il suo attuale padre. Secondo la Suprema Corte non vi è nessun dubbio sulla pregiudizialità del secondo procedimento.

(Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza n. 17392/18; depositata il 3 luglio)

Vuoi una consulenza su quest’argomento? Contattaci  Continua a leggere

Circolare 22 maggio 2018 – Misure di degiurisdizionalizzazione in materia di famiglia ed emissione del certificato previsto dall’art. 39 del Regolamento CE n. 2201 del 2003

Circolare 22 maggio 2018 – Misure di degiurisdizionalizzazione in materia di famiglia ed emissione del certificato previsto dall’art. 39 del Regolamento CE n. 2201 del 2003

22 maggio 2018

Ministero della Giustizia
DIPARTIMENTO PER GLI AFFARI DI GIUSTIZIA
DIREZIONE GENERALE DELLA GIUSTIZIA CIVILE
UFFICIO I – AFFARI CIVILI INTERNAZIONALI

Ai sig.ri Presidenti delle Corti di appello
ai sig.ri Procuratori generali presso le Corti di appello
e, p.c., al sig. Capo di Gabinetto
e, p.c., al sig. Capo dell’Ispettorato generale
e, p.c., al sig. Capo del Dipartimento per gli affari di giustizia

e, p.c., al sig. Capo del  Dipartimento per gli Affari Interni e territoriali del
Ministero dell’Interno

Oggetto: misure di degiurisdizionalizzazione in materia di famiglia (d.l. n. 132 del 2014) ed emissione del certificato previsto dall’art. 39 del Regolamento CE n. 2201 del 2003.

Come noto, il decreto-legge 12 settembre 2014 n. 132, convertito dalla legge 10 novembre 2014, n. 162, ha – per quanto qui di interesse – introdotto misure di degiurisdizionalizzazione agli articoli 6 e 12.

In particolare, ai sensi dell’art. 6, la convenzione di negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte può essere conclusa tra coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. In mancanza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ai sensi dell’articolo 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita è trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente il quale, quando non ravvisa irregolarità, comunica agli avvocati il nullaosta per gli adempimenti di competenza. Invece, in presenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti, l’accordo raggiunto a seguito di convenzione di negoziazione assistita deve essere trasmesso al procuratore della Repubblica presso il tribunale competente, il quale, quando ritiene che l’accordo risponde all’interesse dei figli, lo autorizza. Quando ritiene che l’accordo non risponde all’interesse dei figli, il procuratore della Repubblica lo trasmette, entro cinque giorni, al presidente del tribunale, che fissa, entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo.

Ai sensi del successivo art. 12, in assenza di figli minori, di figli maggiorenni incapaci o portatori di handicap grave ovvero economicamente non autosufficienti, i coniugi possono altresì concludere innanzi al sindaco, quale ufficiale dello stato civile, un accordo di separazione personale ovvero, nei casi di cui all’articolo 3, primo comma, numero 2), lettera b), della legge 1 dicembre 1970, n. 898, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonché di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio. L’ufficiale dello stato civile riceve da ciascuna delle parti personalmente, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, la dichiarazione che esse vogliono separarsi ovvero far cessare gli effetti civili del matrimonio o ottenerne lo scioglimento secondo condizioni tra di esse concordate. Allo stesso modo si procede per la modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

Le disposizioni degli articoli 6 e 12 si applicano anche agli uniti civilmente (ex art. 1, comma 25, legge n. 76 del 2016).

La normativa del 2014 – così sinteticamente richiamata – nulla ha però previsto per il caso in cui una parte sia interessata a far riconoscere o a far eseguire l’atto contenente l’accordo in un altro Paese dell’Unione Europea.

A tale riguardo, giova premettere che il Regolamento (CE) n. 2201 del 2003 prevede che il richiedente debba produrre, nello Stato in cui vuole ottenere il riconoscimento o l’esecuzione, a seconda del caso, uno dei certificati previsti dall’articolo 39 (allegato I: sulle decisioni in materia matrimoniale; allegato II: sulle decisioni relative alla responsabilità genitoriale). I certificati in parola devono essere rilasciati «dall’autorità giurisdizionale o dall’autorità competente dello Stato membro d’origine». L’autorità competente per l’emissione del certificato è, in linea di principio, quella che ha formato l’atto e ben può essere una autorità non giurisdizionale (ma amministrativa) tenuto conto del campo di applicazione del Regolamento n. 2201 del 2003 (v. art. 2, nn. 1 e 2).

Orbene, in tale contesto è tuttavia accaduto che, nel caso di procedimento concluso davanti all’ufficiale di stato civile o con l’assistenza degli avvocati, in alcuni casi le richieste di certificato siano state presentate ai tribunali o alle procure del luogo in cui l’accordo è stato concluso. Si tratta di questione che ha una incidenza diretta sui servizi di cancelleria e che soprattutto ha già condotto, almeno in un caso, a una segnalazione alla Commissione Europea. Pare dunque opportuno, in attesa di eventuali interventi legislativi specifici, fornire alcune indicazioni in ordine alla corretta individuazione dell’autorità competente al rilascio del certificato in esame.

Nel caso in cui l’accordo sia stato concluso davanti all’ufficiale di stato civile, non è predicabile una competenza del tribunale per il rilascio del certificato in questione, atteso che l’atto destinato a circolare non è stato formato né davanti né con l’intervento dell’ufficio giudiziario.  Come ha chiarito il Ministero dell’interno con la circolare 28 novembre 2014, n. 19, “l’ufficiale non appena ricevute le dichiarazioni degli interessati” deve “procedere a redigere, senza indugio, l’atto destinato a «contenere» l’accordo”, la cui efficacia decorre, per l’appunto, dalla data dell’atto contenente l’accordo di separazione concluso innanzi all’ufficiale dello stato civile (art. 12, comma 4, del decreto-legge in esame). Si tratta, quindi, di atto formato in modo integrale dall’autorità amministrativa. A ciò si aggiunga che, per inferire nella materia in esame la competenza del tribunale, occorrerebbe in sostanza introdurre un criterio di distribuzione della competenza che non è al momento previsto dalla legge, attribuendo la competenza all’ufficio giudiziario che sarebbe stato astrattamente competente se la controversia se non fosse stata degiurisdizionalizzata. Pertanto, nel silenzio della legge, l’adempimento in parola non può certo essere richiesto al tribunale e, applicando i principi generali, dovrebbe essere invece richiesto all’autorità pubblica che ha formato l’atto, ossia, nella specie, all’ufficiale di stato civile. In questo senso è il pensiero della quasi unanime dottrina, secondo la quale, in caso di accordo di fronte all’ufficiale di stato civile, è quest’ultimo ad emettere il certificato previsto dall’art. 39 del Regolamento n. 2201 del 2003.

Con riguardo, invece, agli accordi conclusi in sede di negoziazione assistita da avvocati, deve ritenersi che il certificato ex art. 39 cit. debba essere emesso dalla procura della Repubblica che ha autorizzato l’accordo o ha rilasciato il nullaosta, atteso che l’avvocato non è qualificabile come “autorità” ai fini del Regolamento n. 2201 del 2003, nonché in considerazione del fatto che solo il provvedimento conclusivo del pubblico ministero rende l’accordo valido ed efficace, e dunque riconoscibile ed eseguibile all’estero. Da ciò consegue che, ove il pubblico ministero si sia rifiutato di autorizzare l’accordo e l’autorizzazione sia stata adottata dal presidente del tribunale (ex art. 6, comma 2, del decreto-legge), sarà invece l’ufficio giudiziario giudicante a dover rilasciare il certificato in parola.

Si pregano le SS.LL. di voler assicurare idonea diffusione della presente nota presso gli uffici giudiziari dei distretti di rispettiva competenza.

Roma, 22 maggio 2018

IL DIRETTORE GENERALE
Michele Forziati

Separazione e divorzio: dal 6 aprile in vigore il nuovo art. 570-bis c.p.

La violazione degli obblighi di assistenza familiare, anche qualora siano intervenuti il divorzio oppure la separazione, trova ufficialmente collocazione nel codice civile. È un effetto del decreto sulla riserva di codice in materia penale pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 23 marzo e destinato a entrare in vigore a partire dal prossimo 6 aprile.
Il decreto n. 21/2018 (sotto allegato), in primis, attua il principio della riserva di codice in materia penale, previsto da una delega della L. n. 103/2017, e inoltre va a inserire nel codice penale nuove fattispecie di reato, abrogando consequenzialmente previsioni analoghe presenti in altre leggi speciali.
Una di queste sarà proprio il nuovo articolo 570-bis che si occuperà della “Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio“.

La violazione degli obblighi di assistenza familiare

La norma seguirà l’attuale art. 570 c.p., disposizione articolata e connotata da una spiccata ambiguità sotto il profilo della costituzionalità che ha portato più volte la giurisprudenza a interrogarsi sul suo contenuto.
Si ritiene che con tale disposizione il legislatore abbia inteso tutelare i rapporti interpersonali intercorrenti all’interno di una famiglia, in particolari quelli che impongono ai genitori-coniugi (ex artt. 143, 146 e 147 c.c.) doveri di assistenza e solidarietà, nonché obblighi c.d. di mantenimento e, nelle famiglie allargate, quelli legati all’obbligazione alimentare (art. 433 c.c.)
In particolare, l’art. 570 c.p. individua tre diverse ipotesi di reato (leggi: Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare) che possono scaturire dall’inosservanza, coscienza e volontaria, dei diversi obblighi che scaturiscono dal matrimonio o dai rapporti di parentela.
In primis, si punisce con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 1032 euro “chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge“.
Pene che rischia, congiuntamente, anche chi “malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge” e chi “fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa“.
La violazione degli obblighi di assistenza familiare, tuttavia, è disciplinata anche dall’art. 12-sexies Legge n. 898/1970 (Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), norma introdotta per fornire tutela ulteriore rispetto a quella prevista all’art. 570 c.p., punendo l’omesso versamento, da parte dell’obbligato, dell’assegno dovuto al coniuge divorziato in forza di un provvedimento giudiziario.
A questa si aggiunge il richiamo operato dall’art. 3 della legge n. 54/2006 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento) secondo cui, in caso di violazione degli obblighi di natura economica si applicherà il citato art. 12-sexies (sulle differenze tra art. 570 c.p. e art. 12-sexies legge divorzio leggi anche: Cassazione: reato non mantenere i figli indipendentemente dall’età).

Il nuovo art. 570-bis del codice penale

Il decreto n. 21/2018 interviene proprio su questo delineato assetto che ha affidato a leggi speciali alcune specificazioni in materia di violazione degli obblighi di assistenza familiare, operando dei richiami che sovente hanno portato a difficoltà interpretative e applicative provocate dalla necessità di coniugare la fattispecie di cui all’art. 570 c.p. con quelle che a tale norma facevano esplicito riferimento (in particolare relativamente alle varie tipologie di esborsi dovuti dal coniuge all’ex o ai figli).
Pertanto, il legislatore ha ufficialmente aggiunto al codice penale, dopo l’art. 570, il nuovo art. 570-bis che si occupa della “Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio“.
La norma stabilisce espressamente che le pene previste dall’articolo 570 si applicheranno anche al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero che violi gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.
 
Quale conseguenza di ordine sistematico, stante il confluire di tali statuizioni nel codice civile, il decreto n. 21/2018 stabilisce l’abrogazione sia dell’art. 12-sexies della legge 1° dicembre 1970, n. 898 che dell’art. 3 della legge 8 febbraio 2006, n. 54.
Fonte: studiocataldi.it
Vuoi chiedere informazioni o un preventivo? Compila il FORM

[contact-form-7 404 "Non trovato"]