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Categoria: Diritto Civile

Fallimento: riassunzione

Le Sezioni Unite civili, pronunciando su questione di massima di particolare importanza, oggetto di discordanti pronunce di legittimità, ha affermato il seguente principio:

In caso di apertura del fallimento, ferma l’automatica interruzione del processo (con oggetto i rapporti di diritto patrimoniale) che ne deriva ai sensi dell’art. 43, comma 3, l. fall., il termine per la relativa riassunzione o prosecuzione, per evitare gli effetti di estinzione di cui all’art. 305 c.p.c. e al di fuori delle ipotesi di improcedibilità ai sensi degli artt. 52 e 93 l. fall. per le domande di credito, decorre da quando la dichiarazione giudiziale dell’interruzione stessa sia portata a conoscenza di ciascuna parte; tale dichiarazione, ove già non conosciuta nei casi di pronuncia in udienza ai sensi dell’art. 176 comma 2, c.p.c., va direttamente notificata alle parti o al curatore da ogni altro interessato ovvero comunicata – ai predetti fini – anche dall’ufficio giudiziario, potendo inoltre il giudice pronunciarla altresì d’ufficio, allorché gli risulti, in qualunque modo, l’avvenuta dichiarazione di fallimento medesima.

Il danno parentale non va liquidato con le tabelle milanesi

Al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. A stabilirlo è la Cassazione con sentenza 21 aprile 2021, n. 10579.

Diffida ad adempiere – termine per l’adempimento

Cass. Sez. Sentenza N8943 DEL 14/05/2020 Presidente: GENOVESE FRANCESCO ANTONIO.  Estensore: MASSIMO FALABELLA.  Relatore: MASSIMO FALABELLA.  P.M. CAPASSO LUCIO (Diff.)

In tema di diffida ad adempiere, la fissazione al debitore di un termine per l’adempimento inferiore ai quindici giorni trova fondamento solo in presenza delle condizioni di cui all’art. 1454, comma 2, c.c., ovvero allorché ricorra una specifica previsione derogatoria o quando il termine abbreviato sia congruo rispetto alla natura del contratto o agli usi. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata che aveva ritenuto congruo il termine ridotto assegnato avuto riguardo al fatto che sulla base di una precedente missiva il debitore era già inadempiente e non aveva contestato il termine assegnatogli).

Spese giudiziali civili – Cass. SS.UU. 4315/2019

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

Gratuito patrocinio – Revoca dell’ammissione – Giudizio di cassazione – Giudice competente – Individuazione. 

Le Sezioni unite civili, risolvendo un contrasto, hanno affermato che, in tema di patrocinio a spese dello Stato nei giudici civili, la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al detto patrocinio spetta, per il giudizio di cassazione, al giudice del rinvio ovvero – nel caso di mancato rinvio – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dall’art. 136 T.S.G.U. per la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato cui una delle parti sia stata ammessa. 

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

 Ulteriore importo a titolo di contributo unificato – Natura di obbligazione tributaria “ex lege” – Questione in ordine alla sua debenza – Giurisdizione del giudice tributario – Sussisstenza 

L’ulteriore importo di contributo unificato che la parte impugnante è obbligata a versare, allorquando ricorrano i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater T.U.S.G. ha natura di debito tributario; pertanto, la questione circa la sua debenza è estranea alla cognizione della giurisdizione civile ordinaria, spettando invece alla giurisdizione del giudice ordinario.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato – Debenza – Presupposti – Attestazione del giudice dell’impugnazione – Contenuto.

La debenza di ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stesa impugnazione è normativamente condizionata a “due presupposti”, il primo dei quali – di natura processuale – è costituito dall’avere il giudice adottato una pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione, mentre il secondo – appartenente al diritto sostanziale tributario – consiste nella sussistenza dell’obbligo della parte che ha proposto impugnazione di versare il contributo unificato iniziale con riguardo al momento della iscrizione della causa al ruolo. L’attestazione del giudice dell’impugnazione ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, secondo periodo T.U.S.G., riguarda solo la sussistenza del primo presupposto, mentre spetta all’amministrazione giudiziaria accertare la sussistenza del secondo.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato – Obbligo del giudice di dare atto della non-sussistenza dei presupposti – Esclusione.

Il giudice dell’impugnazione non è tenuto a dare atto della non-sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo unificato quando il tipo di pronuncia non è inquadrabile nei tipi previsti dalla norma (pronuncia di integrale rigetto o di inammissibilità o di improcedibilità dell’impugnazione), dovendo invece rendere l’attestazione di cui all’art. 13, comma 1 quater, T.U.S.G. solo quando tali presupposti sussistono.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato – Attestazione del giudice dell’impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali condizionata alla sussistenza dell’obbligo di versare il contributo unificato iniziale – Ammissibilità.

Poiché l’obbligo di versare un importo “ulteriore” del contributo unificato è normativamente dipendente – ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del T.U.S.G. – dalla sussistenza dell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, ben può il giudice dell’impugnazione attestare la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento del doppio contributo, condizionandone l’effettiva debenza alla sussistenza dell’obbligo di versare il contributo unificato iniziale.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

SPESE GIUDIZIALI CIVILI. 

Ulteriore importo a titolo di contributo unificato – Contributo unificato iniziale non dovuto per causa suscettibile di venire meno – Attestazione del giudice dell’impugnazione di sussistenza dei presupposti processuali –  Necessità. 

Il giudice dell’impugnazione, una volta che pronunci l’integrale rigetto o l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’impugnazione deve dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo del contributo unificato anche nel caso in cui quest’ultimo non sia stato inizialmente versato per una causa suscettibile di venir meno (come nel caso di ammissione della parte al patrocinio a spese dello Stato), mentre può esimersi dalla suddetta attestazione quando la debenza del contributo unificato iniziale sia esclusa dalla legge in modo assoluto e definitivo.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 4315  del 20 febbraio 2020, Pres. S. Petitti, Rel. L.G. Lombardo)

Cassazione SS.UU. n. 3561/2020 – Giurisdizione nelle controversie per compensazione pecuniaria per il ritardo nel trasporto aereo

Ringraziamo il collega avv. Antonio De Falco per averci autorizzato alla pubblicazione integrale del testo della sentenza emessa dalla Suprema Corte di Cassazione a SS.UU. n. 3561/2020 la quale decidendo in ordine al regolamento di giurisdizione proposto dallo stesso ha disposto che: “Ai fini della individuazione del giudice avente giurisdizione a conoscere della controversia avente ad oggetto la compensazione pecuniaria per il ritardo nello svolgimento delle operazioni di trasporto aereo subito da acquirenti domiciliati in Italia, anche se il contratto concluso con la compagnia aerea contenga una clausola di proroga della giurisdizione, si applicano i criteri di collegamento indicati dall’art. 33 della Convenzione di Montreal”.

Assegno divorzile – Revisione – Giustificati motivi sopravvenuti ex art. 9, comma 1, legge n. 898 del 1970 – Accertamento di fatto – Necessità – Mutamento giurisprudenziale – Irrilevanza ex se – Fondamento.

La Prima Sezione civile, decidendo sulla domanda di revisione dell’assegno divorzile determinato anteriormente all’evoluzione giurisprudenziale recata da Sez. 1, 10 maggio 2017, n. 11504 e Sez. U, 11 luglio 2018, n. 18287 in ordine alla sua natura e funzione, ha affermato che tale mutamento dell’orientamento della S.C. non integra, ex se, i giustificati motivi sopravvenuti richiesti dall’art. 9, comma 1, della legge 1 dicembre 1970, n. 898 per la revisione dell’assegno, atteso che – in forza della formazione rebus sic stantibus del giudicato sulle statuizioni cd. determinative e del carattere meramente ricognitivo dell’esistenza e del contenuto della regula iuris proprio della funzione nomofilattica, che non soggiace al principio di irretroattività – il mutamento sopravvenuto delle condizioni patrimoniali degli ex coniugi attiene agli elementi di fatto e deve essere accertato dal giudice ai fini del giudizio di revisione, da rendersi, poi, al lume del diritto vivente.

(Prima Sezione civile, sentenza n. 1119 del 20 gennaio 2020, Pres. M.C. Giancola, est. M.G.C. Sambito)

Intermediazione finanziaria – Contratto quadro – Nullità per difetto di forma scritta – Deducibilità da parte del solo investitore – Conseguenze – Operatività in suo favore degli effetti sostanziali e processuali – Eccezione di buona fede dall’intermediario – Ammissibilità – Condizioni.

Le Sezioni unite civili, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno enunciato il seguente principio di diritto: «La nullità per difetto di forma scritta, contenuta nell’art. 23, comma 3, del d.lgs. n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall’investitore, con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell’accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L’intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l’eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro».

(Sez. Un. civ., sentenza n. 28314 del 4 novembre 2019, Pres. G. Mammone, Rel. M. Acierno)

Riparto fallimentare – Reclamo ex art. 26 o art. 36 l. fall. – Proponibilità da parte di qualunque controinteressato – Configurabilità – Notifica nei confronti di tutti i restanti creditori – Necessità.

Fallimento. 

Riparto fallimentare – Reclamo ex art. 26 o art. 36 l. fall. – Proponibilità da parte di qualunque controinteressato – Configurabilità – Notifica nei confronti di tutti i restanti creditori – Necessità.

Le Sezioni unite civili, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno enunciato il seguente principio di diritto: “in tema di riparto fallimentare, ai sensi dell’art. 110 l.fall. (nel testo applicabile ratione temporis come modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007), sia il reclamo ex art. 36 l.fall. avverso il progetto – predisposto dal curatore – di riparto, anche parziale, delle somme disponibili, sia quello ex art. 26 l.fall. contro il decreto del giudice delegato che abbia deciso il primo reclamo, possono essere proposti da qualunque controinteressato, inteso quale creditore che, in qualche modo, sarebbe potenzialmente pregiudicato dalla diversa ripartizione auspicata dal reclamante, ed in entrambe le impugnazioni il ricorso va notificato a tutti i restanti creditori ammessi al riparto anche parziale”.

(Sez. Un. civ., sentenza n. 24068 del 26 settembre 2019, Pres. V. Di Cerbo, Rel. F.A. Genovese)

Fallimento 

Decreto di esecutività del piano di riparto parziale pronunciato su reclamo – Ricorribilità in cassazione ex art. 111 Cost. – Ammissibilità – Fondamento.

Le Sezioni unite civili, decidendo su questione di massima di particolare importanza, hanno enunciato il seguente principio di diritto: “il decreto del Tribunale che dichiara esecutivo il piano di riparto parziale, pronunciato sul reclamo avente ad oggetto il provvedimento del giudice delegato, nella parte in cui decide la controversia concernente, da un lato, il diritto del creditore concorrente a partecipare al riparto dell’attivo fino a quel momento disponibile e, dall’altro, il diritto degli ulteriori interessati ad ottenere gli accantonamenti delle somme necessarie al soddisfacimento dei propri crediti, nei casi previsti dall’art. 113 l.fall, si connota per i caratteri della decisorietà e della definitività e, pertanto, avverso di esso, è ammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell’art. 111, comma 7, Cost.”.

 (Sez. Un. civ., sentenza n. 24068 del 26 settembre 2019, Pres. V. Di Cerbo, Rel. F.A. Genovese)

Controversie tra organismi di telecomunicazione e utenti – Tentativo di conciliazione ex art. 11 l. n. 249 del 1997 – Procedimento monitorio – Obbligatorietà – Questione – Conseguenze nella successiva fase di opposizione.

La Terza Sezione Civile di questa Corte ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c., le seguenti questioni di massima di particolare importanza: a) se, nella materia delle telecomunicazioni, il tentativo di conciliazione di cui all’art. 11 della legge n. 249 del 2007 sia o meno obbligatorio anche con riferimento al procedimento monitorio; b) nel caso in cui si ritenga obbligatorio il tentativo di conciliazione, se il mancato esperimento dello stesso determini l’improcedibilità ovvero l’improponibilità della domanda; c) nel caso in cui si reputi non obbligatorio il tentativo di conciliazione con riferimento al procedimento monitorio (come ritenuto da Sez. 3, n. 25611/2016, Rv. 64233401), quale sia, nella successiva fase dell’opposizione – ove si ritenga applicabile per estensione la disciplina di cui al d.lgs. n. 28 del 2010, con disapplicazione dell’art. 2, comma 2, della delibera AGCOM 173/07/CONS – la parte sulla quale grava l’onere dell’attivazione del tentativo di conciliazione e quali siano le conseguenze dell’eventuale inosservanza di tale onere sulla sorte del decreto ingiuntivo. 

(Sezione 3, Ord. interlocutoria, 20 giugno 2019, n. 16594, Pres. G. Travaglino, Est. P. Gianniti).

Tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) – Fecondazione omologa post mortem – Status giuridico del nato – Art. 8 della legge n. 40 del 2004 – Applicabilità.

La Prima Sezione civile ha affermato che, in caso di nascita mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita, l’art. 8 della legge n. 40 del 2004 sullo status del nato con PMA si applica – a prescindere dalla presunzione ex art. 234 c.c. – anche all’ipotesi di fecondazione omologa post mortem avvenuta utilizzando il seme crioconservato del padre, deceduto prima della formazione dell’embrione, che in vita abbia prestato, congiuntamente alla moglie o alla convivente, il consenso, non successivamente revocato, all’accesso a tali tecniche ed autorizzato la moglie o la convivente al detto utilizzo dopo la propria morte. 

(Prima Sezione civile, sentenza n. 13000 del 15 maggio 2019, Pres. M. Acierno, est. E. Campese)