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Categoria: Giurisprudenza di legittimità

Buca nel manto stradale: colpa del danneggiato

In caso di prevedibilità di una buca stradale, il suo mancato avvistamento va ricondotto esclusivamente all’imprudente condotta di guida del ciclomotorista e, di conseguenza, deve escludersi la ricorrenza degli elementi della prevedibilità e della la non visibilità del pericolo- necessari ad integrare l’insidia stradale ai sensi dell’art. 2043 c.c.

Assegno divorzile: il concetto di “tenore di vita matrimoniale”

Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., (ud. 10-10-2017) 05-12-2017, n. 28994

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27417-2015 proposto da:

S.F.B., elettivamente domiciliato in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato FEDERICA POLTRONIERI;

– ricorrente –

contro

B.A., elettivamente domiciliato in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato CLAUDIA MELILLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3259/2015 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 24/07/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 10/10/2017 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO.

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con sentenza n. 793/2014 il Tribunale di Monza ha pronunciato lo scioglimento del matrimonio contratto tra S.F.B. e B.A., ponendo a carico del primo un assegno divorzile di Euro 600,00 in favore della ex moglie.

Con sentenza del 24/06/2015 la Corte d’appello di Milano, per quel che ancora interessa, ha rigettato integralmente il gravame proposto dal S., che domandava venisse accertata l’inesistenza del diritto della B. di ottenere l’assegno divorzile, previa consulenza tecnica d’ufficio volta ad accertare la situazione economica della medesima e, in subordine, che venisse ridotto l’importo dell’assegno in misura proporzionale alle capacità patrimoniali e reddituali delle parti.

A sostegno della decisione la Corte territoriale ha rilevato che la B., ormai sessantacinquenne, gode di un’esigua pensione mensile di Euro 400, pur essendo proprietaria della casa di abitazione e di alcuni terreni in Slovenia di modico valore. Il S., dal canto suo, possiede una capacità economica tale da far fronte al disposto assegno divorzile.

Avverso suddetta pronuncia ricorre per cassazione S.F.B., sulla base di tre Motivi, cui resiste con controricorso B.A., che ha altresì depositato memoria adesiva alla proposta di decisione del Consigliere relatore ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

Con il primo motivo viene lamentata la violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 in quanto la Corte d’appello non ha verificato l’esistenza del diritto della richiedente in relazione all’inadeguatezza dei mezzi o all’impossibilità di procurarseli per ragioni obbiettive.

Con il secondo motivo viene lamentata l’erroneità e la contraddittorietà della motivazione della sentenza in ordine alla supposta capacità reddituale del ricorrente.

Con il terzo motivo viene lamentata l’omessa motivazione in ordine alle istanze istruttorie formulate con l’atto d’appello volte ad ottenere un’ulteriore consulenza tecnica d’ufficio o comunque un approfondimento istruttorio sui redditi della B..

11 primo motivo non è fondato, in quanto la Corte d’appello ha accertato sia l’inadeguatezza dei mezzi della richiedente (titolare di un modesto reddito da pensione di Euro 400 mensili) sia l’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive in relazione alla sua età (65 anni). La pronuncia appare sostanzialmente conforme a quanto recentemente statuito da questa Corte con la sentenza n. 11504 del 2017, che nell’accertamento del diritto all’assegno divorzile impone un giudizio bifasico improntato, quanto alla fase dell’au debeatur, al principio dell’autoresponsabilità economica di ciascuno dei coniugi quali persone singole.

Il secondo motivo è inammissibile perchè, nel prospettare un vizio motivazionale, suppone come ancora esistente il controllo di legittimità sulla motivazione della sentenza, essendo invece oggi denunciabile, in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012, soltanto l’omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti (Cass., sez. un., n. 8053/2014, n. 8054/2014). 11 ricorrente non evidenzia alcun fatto decisivo il cui esame sarebbe stato omesso dalla Corte territoriale.

Il terzo motivo è parimenti inammissibile, dovendosi rilevare che la mancata nomina di un consulente tecnico di ufficio, regolarmente sollecitata dalla parte, è censurabile in cassazione quando la consulenza sia l’unico possibile mezzo di accertamento di un fatto determinante per la decisione (Cass. 10938/1996): nel caso di specie, l’istanza di ammissione di c.t.u. aveva un’evidente finalità esplorativa.

In conclusione, il ricorso deve essere respinto, con applicazione del principio della soccombenza in ordine alle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente a rifondete alla controricorrente le spese processuali, liquidate in Euro 3000 per compensi, 100 per esborsi, oltre accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2017

 

Fatture telefoniche non dovute e cellulare malfunzionante: onere della prova e contestazioni gravano sull’utente

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 30 ottobre – 15 dicembre 2017, n. 30290

Presidente Amendola – Relatore Vincenti

Fatto e diritto

Ritenuto che, con ricorso affidato ad un unico, articolato, motivo, M.M. ha impugnato la sentenza del Tribunale di Milano, in data 26 marzo 2016, che ne rigettava l’appello avverso la decisione del Giudice di pace della medesima Città che, a sua volta, aveva respinto la domanda proposta dallo stesso M. contro la Telecom Italia S.p.A., al fine di vedersi restituire la somma di Euro 3.831,92, indebitamente corrisposta a fronte di servizi di telefonia non goduti a causa dei difetti di funzionamento dei dispositivi cellulari fornitigli dalla stessa Telecom in base allo stipulato contratto;
che il Tribunale osservava che il M. non aveva contestato il “dettaglio telefonico” delle fatture, prodotto dalla Telecom, in base al quale si evincevano i dati relativi al traffico delle chiamate ed al traffico “dati”, né aveva messo in discussione “il corretto funzionamento del contatore centrale” e “di aver richiesto i servizi addebitati”, né, infine, che vi fosse stato “un uso illecito del terminale da parte di terzi”, limitandosi “a sostenere che il terminale in uso fosse mal funzionante”, per cui “non avrebbe potuto generare il traffico addebitatogli”, là dove, però, “al di fuori dell’asserito mal funzionamento del telefono”, non aveva poi “offerto alcuna prova circa la custodia operata del terminale e la non utilizzazione dello stesso da parte di altri soggetti”, né su altri elementi atti a “contrastare le risultanze del contatore”;
che resiste con controricorso la Telecom Italia S.p.A.;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ., è stata comunicata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale il ricorrente ha depositato memoria;
che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione semplificata.
Considerato che, con l’unico, articolato, mezzo, è denunciata, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3 e n. 4, cod. proc. civ., la violazione e falsa applicazione degli artt. 115, 183, comma 7, cod. proc. civ., 1218, 2697 e 2712 cod. civ., per aver il Tribunale erroneamente escluso che i tabulati telefonici fossero stati contestati, così indebitamente attribuendo ad essi valore probatorio e sovvertendo, quindi, il relativo onere in punto di dimostrazione del traffico telefonico e “dati” effettivo, spettante alla Telecom, altresì impedendo illegittimamente ad esso utente di fornire la prova del mal funzionamento del telefono cellulare;
che il motivo è inammissibile ai sensi dell’art. 360-bis, n. 1, cod. proc. civ. (per la statuizione di inammissibilità, cfr. Cass., S.U, n. 7155/2017), essendosi il giudice di appello conformato ai principi della materia, del resto evocati dallo stesso ricorrente;
che questa Corte ha, infatti, enunciato il principio per cui “deve presumersi il buon funzionamento del sistema di rilevazione del traffico telefonico per telefonia fissa mediante i contatori centrali delle società telefoniche, le cui risultanze fanno piena prova del traffico addebitato, in difetto di contestazione da parte dell’utente. Se il buon funzionamento è contestato, costituisce onere della società esercente il servizio di telefonia offrire la prova dell’affidabilità dei valori registrati da contatori funzionanti. In ogni caso, l’utente è ammesso a provare che non gli sono addebitabili gli scatti risultanti dalla corretta lettura del contatore funzionante, ma dovrà allegare circostanze che univocamente autorizzino a presumere che sia avvenuta una utilizzazione esterna della linea nel periodo al quale gli addebiti si riferiscono. Non è sufficiente a tale scopo dimostrare che il traffico telefonico appaia di entità straordinaria rispetto ai livelli normali, né che sia diretto verso destinazioni inusuali, ma è necessario anche che possa escludersi che soggetti diversi dal titolare dell’utenza ma in grado di accedere ad essa ne abbiano fatto uso per ragioni ricollegabili ad un difetto di vigilanza da parte dell’intestatario, ovvero alla mancata adozione di possibili cautele da parte del medesimo” (così Cass. n. 1236/2003; analogamente Cass. n. 17041/2002, Cass. n. 10313/2004, Cass. n. 23699/2016);
che, nella specie, il Tribunale si è attenuto a tale principio di diritto, rilevando, per un verso, che non vi era stata contestazione diretta dei dati relativi al traffico telefonico (“giorno, ora, tempi, destinazione delle telefonate”) e “dati” (“data, ora, durata”), né del funzionamento del contatore centrale, né dell’illecito uso del terminale da parte di terzi, avendo l’attore allegato, e richiesto al riguardo prova, unicamente (sul)la circostanza del non funzionamento del telefono cellulare (ciò che, del resto, è evidenziato dallo stesso ricorso per cassazione, assumendosi che tale allegazione postulava, implicitamente, anche la contestazione del funzionamento del contatore centrale), ossia su un fatto negativo, rispetto al quale neppure era stata avanzata idonea richiesta di prova (come risulta dallo stesso capitolato trascritto in ricorso) in ordine a circostanza positive, di carattere anche presuntivo, volte a dimostrare quanto asserito. Ciò in armonia con il principio secondo il quale “l’onere della prova gravante su chi agisce o resiste in giudizio non subisce deroghe nemmeno quando abbia ad oggetto fatti negativi; tuttavia, non essendo possibile la materiale dimostrazione di un fatto non avvenuto, la relativa prova può essere data mediante dimostrazione di uno specifico fatto positivo contrario od anche mediante presunzioni dalle quali possa desumersi il fatto negativo” (Cass. n. 14854/2013);
che, per il resto, le doglianze si risolvono in una critica, non consentita, della valutazione fattuale e probatoria rimessa esclusivamente al giudice del merito;
che la memoria depositata dal M. , in buona parte confermativa delle argomentazioni già spese con il ricorso, non scalfisce le considerazioni che precedono, là dove poi alla stessa non è consentito di integrare o di emendare le ragioni di censura già sviluppate con l’atto di impugnazione;
che il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri di cui al d.m. n. 55 del 2014.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, in favore della parte controricorrente, in Euro 1.400,00, per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, e agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

Liquidazione dei compensi dell’avvocato: il Tribunale deve giudicare in composizione collegiale

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 17 ottobre 2017 – 4 gennaio 2018, n. 68
Presidente Bianchini – Relatore Federico

Esposizione del fatto

Con ricorso del 30 dicembre 2004 l’avv. L.P. , premesso di non essere stato retribuito per la prestazione professionale resa in favore di La.Ni. e Lu.Vi. in una controversia civile, chiedeva la condanna dei convenuti al pagamento dei compensi dovuti pari a 31.667,48 Euro.
I convenuti, nel costituirsi, opponevano di aver già corrisposto al legale il proprio compenso mediante assegni bancari, che venivano prodotti in fotocopia, e contestavano talune voci richieste, in quanto non dovute.
Con ordinanza dell’11 ottobre 2005, il giudice monocratico del Tribunale di Bari accoglieva parzialmente la domanda, riconoscendo al L. il compenso di 13.625,12 Euro, oltre ad Iva, cpa ed interessi.
Sull’appello proposto da Lu.Vi. e La.Ni. , la Corte d’Appello di Bari, con ordinanza del 10 febbraio 2009, rilevava che l’appello era ammissibile considerata la natura sostanziale di sentenza dell’ordinanza impugnata, e, ritenuta la necessità di ulteriore istruzione della causa, ordinava la produzione in originale degli assegni ed ammetteva interrogatorio formale dell’avv. L. .
All’esito degli incombenti istruttori, La Corte territoriale deferiva all’avv. L. giuramento suppletorio, che il legale prestava, negando di aver percepito i compensi professionali dovuti e di aver incassato gli assegni. Con la sentenza n.1533/2013 la Corte d’Appello di Bari dichiarava la nullità della sentenza di primo grado, ex art. 50 quater cpc, in quanto la causa, attribuita alla cognizione del collegio, era stata trattata dal giudice monocratico.
Decidendo la causa nel merito, confermava la determinazione del compenso secondo quanto stabilito del primo giudice, ritenendo l’applicabilità alla fattispecie in esame dei parametri di cui al DM 140/2012.
Su tali somme riconosceva i soli interessi legali, con esclusione della rivalutazione monetaria, trattandosi di credito di valuta.
Rigettava la domanda di risarcimento dei danni da responsabilità aggravata, in quanto, in forza del deferito giuramento suppletorio, risultava che gli assunti degli appellanti non erano del tutto destituiti di fondamento.
Per la cassazione di detta sentenza ha proposto ricorso l’avv. L. con dodici motivi.
I signori Lu. e La. hanno resistito con controricorso.
Il ricorrente ha altresì depositato memoria illustrativa ex art. 378 cpc.

Considerato in diritto

Deve preliminarmente disattendersi l’eccezione di inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 n.3) codice di rito, atteso che esso contiene l’esposizione chiara ed esauriente dei fatti di causa, dalla quale risultano le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte, in modo sintetico ma esauriente, nonché lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni essenziali (Cass. 19767/2015) e tutti gli elementi necessari a desumere le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito (Cass. 14784/2015).
Vanno del pari disattese le eccezioni di inammissibilità del controricorso, per mancata allegazioni di difese idonee a contrastare i motivi di ricorso, trattandosi di valutazione che attiene al merito delle difese dei resistenti. Deve infine respingersi l’eccezione di tardività del controricorso, genericamente sollevata nella memoria ex art. 378 cpc dal ricorrente, atteso che a fronte del perfezionamento della notifica del ricorso in data 2 gennaio 2014 il controricorso risulta consegnato per la notifica il 7 febbraio 2014, e quindi tempestivamente.
Il primo motivo (sub A) denuncia la violazione degli artt. 29 e 30 l.794/42, dell’art. 111 Cost. e la contraddittorietà della motivazione per avere la Corte ritenuto la propria competenza, nonostante la natura di “ordinanza” del provvedimento del Tribunale di Bari impugnato.
Il secondo motivo (sub B) denuncia violazione dell’art. 345, 166, 167 e 183 cpc, deducendo che i signori Lu. e La. nel corso del giudizio di primo grado non avevano mai dedotto la violazione degli artt. 50 bis e 50 quater codice di rito, con conseguente violazione del divieto di ius novorum in appello.
I motivi che precedono, che, in quanto connessi, vanno unitariamente esaminati, sono inammissibili poiché non colgono la ratio della pronuncia impugnata.
Il giudice di appello, in conformità al consolidato indirizzo di questa Corte, ha infatti ritenuto che la speciale procedura di liquidazione dei compensi per le prestazioni giudiziali degli avvocati in materia civile, regolata dagli artt. 28 e ss. della legge 13 giugno 1942, n. 794 (“ratione temporis” vigenti), non fosse applicabile nel caso di specie in quanto la controversia riguardava non soltanto la semplice determinazione della misura del corrispettivo spettante al professionista, bensì anche i presupposti stessi del diritto al compenso e la sussistenza di cause estintive o limitative della pretesa azionata.
Tale statuizione è conforma a diritto.
Il procedimento ordinario è il solo previsto e consentito per la definizione di tali questioni, sicché, in questo caso, l’intero giudizio deve concludersi con un provvedimento che, seppur adottato in forma di ordinanza, ha valore di sentenza, impugnabile unicamente con l’appello (Cass. 1666/12; 21554/2014).
Da ciò discende altresì la nullità del provvedimento impugnato, in quanto reso in forma monocratica piuttosto che in forma collegiale, come correttamente affermato dal Tribunale nell’impugnata sentenza.
Nessuna preclusione risulta peraltro essersi determinata in ordine al rilievo di tale nullità, trattandosi di nullità assoluta e rilevabile d’ufficio, che non si sottrae, peraltro, al principio della conversione delle cause di nullità in motivi di impugnazione, onde soltanto la mancata denuncia di tale nullità in sede di gravame comporta l’impossibilità di un suo rilievo e la sua sanatoria (Cass. 17834/2013).
Il terzo motivo (sub C) denuncia anzitutto la violazione e falsa applicazione dell’art. 28 l. 794/42 e dell’art. 216 cpc, deducendosi la irritualità delle censure sollevate dalle controparti nel giudizio in camera di consiglio di cui all’art. 28 l. 794/1942, aventi ad oggetto il versamento di acconti ed altre eccezioni il cui ambito esulerebbe dal presente giudizio.
Si denuncia inoltre, in relazione all’art. 360 n. 5) cpc, l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sull’esame delle risultanze documentali, avuto riguardo agli assegni bancari prodotti in giudizio dalle controparti.
Entrambe le censure in cui si articola il motivo sono inammissibili.
Avuto riguardo alla prima censura essa non coglie la ratio della pronuncia impugnata, che, come già evidenziato, ha affermato, in conformità al consolidato indirizzo di questa Corte, che in conseguenza dell’allargamento del thema decidendum derivante dalle contestazioni dei convenuti si sarebbe dovuto disporre il mutamento del rito, da quello speciale a quello ordinario di cognizione con competenza collegiale, come disposto nel giudizio di appello.
Del pari inammissibile, per carenza di decisività, la seconda censura, in quanto neppure essa coglie la ratio della sentenza impugnata.
La Corte territoriale, infatti, ha fondato la propria pronuncia non già sulle risultanze degli assegni, stante l’impossibilità di acquisire gli originali in a causa del periodo trascorso, ma sul giuramento suppletorio, in cui l’odierno ricorrente aveva negato di aver percepito compensi e di aver incassato gli assegni.
Sotto altro profilo, la censura è inammissibile in quanto lamenta una insufficiente o contraddittoria motivazione, per non avere la Corte territoriale valutato in modo adeguato le risultanze istruttorie, vizio non più censurabile alla luce del nuovo disposto del n.5) comma 1 dell’art. 360 codice di rito, (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014), applicabile ratione temporis.
Con il quarto motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, la contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia e l’omessa o carente motivazione in ordine alle risultanze documentali ex art. 360 n.5) cpc.
Il ricorrente deduce che nel caso di specie la domanda di pagamento degli onorari era fondata su una parcella su cui erano riportate le voci mai analiticamente contestate dal cliente, onde il giudice non avrebbe potuto discostarsene: secondo la prospettazione del ricorrente, essendo decorso il termine di tre mesi dall’invio della propria parcella ai propri clienti le relative risultanze erano divenute incontestabili e davano diritto al riconoscimento della rivalutazione monetaria.
Pure tale motivo è inammissibile per diversi profili.
Innanzitutto la censura non attinge la ratio della pronuncia, che ha affermato l’applicabilità del DM 140/2012 al caso di specie.
Tale statuizione della sentenza impugnata che, si ripete, non viene specificamente censurata nel motivo, supera la questione relativa alla contestazione delle singole voci della parcella che peraltro, in violazione del canone di autosufficienza, non viene riportata nel corpo del ricorso, ed al riconoscimento della rivalutazione monetaria.
La disciplina del DM 140/2012 ed i parametri di liquidazione ivi previsti, sono infatti incompatibili con il criterio della mancata contestazione delle voci indicate nella parcella, invocato dal ricorrente.
Si osserva, in ogni caso, avuto riguardo alla chiesta rivalutazione monetaria, che, anche con riferimento alle tariffe forensi pregresse al DM 140/2012 questa Corte ha più volte evidenziato che, pur a fronte della mancata contestazione della parcella nei tre mesi successivi, la successiva controversia con cui si contesti la pretesa del legale, comporta l’inapplicabilità della disposizione e la riconduzione del caso alla fattispecie di cui all’art. 1224 c.c., con la conseguenza che la corresponsione degli interessi moratori consegue solo all’accertamento del credito mediante provvedimento giurisdizionale, onde solo dalla data di questo (e non da quello di invio della parcella) decorrono gli interessi (Cass.2431/2011).
Va infine affermata l’inammissibilità della censura di omessa o contradittoria motivazione, non più censurabile, alla luce del nuovo disposto del n.5) comma 1 dell’art. 360 codice di rito, (Cass. Ss.Uu. n.8053/2014), applicabile ratione temporis.
Il quinto motivo (sub E) denuncia violazione del principio costituzionale del giusto processo e l’inammissibilità ed infondatezza della domanda di trasformazione del rito speciale in procedimento ordinario ex artt. 28 e 28 l. 794/1942, in relazione all’art. 360 n.3) cpc.
Pure tale motivo è infondato.
Come già evidenziato, la statuizione della Corte territoriale, che ha attribuito valore di sentenza alla pronuncia del primo giudice ed ha ritenuto, in virtù dell’ampliamento del thema decidendum, avente ad oggetto l’estinzione del credito professionale del professionista, la trasformazione del rito speciale in rito ordinario, è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte, secondo cui nei casi in cui il thema decidendum avesse esorbitato dalla mera determinazione della misura dei compensi la controversia non poteva più essere trattata nelle forme della procedura sommaria: la necessità delle verifiche, infatti, faceva venir meno le ragioni che giustificavano la deroga al principio del doppio grado di giudizio ed il procedimento doveva svolgersi secondo il rito ordinario (Cass. 13640/2010).
Da ciò, come già evidenziato, la conseguenza che qualora il giudice avesse provveduto nel merito di una controversia ex art. 28 l. 794/1942 estesa anche all’an, il provvedimento, benché adottato in firma di ordinanza, aveva comunque valore di sentenza, sicché era impugnabile solo con l’appello e non anche con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost., poiché si trattava di questioni di merito, la cui cognizione non poteva essere sottratta al doppio grado di giurisdizione (Cass. 1666/2012; 21554/2014).
Il sesto motivo (F) denuncia violazione di norme di diritto e contraddittorietà della motivazione, per la mancata applicazione dello scaglione massimo della tariffa professionale forense previsto dal DM Giustizia 9.4.2004.
Pure tale motivo è inammissibile per difetto di decisività, atteso che, come già evidenziato, la Corte territoriale ha affermato l’applicabilità del Dm 140/2012.
Il settimo motivo (G) denuncia la violazione degli artt. 221 e 214 cpc, deducendo che i documenti (gli assegni bancari) sui quali si fondava l’eccezione di estinzione sollevata dalle controparti erano privi di efficacia, atteso che, a fronte del disconoscimento e querela di falso proposti dal ricorrente, le controparti non avevano provveduto a presentare istanza di verificazione, con conseguente inutilizzabilità della relativa documentazione.
Pure tale motivo è inammissibile in quanto non attiene alla ratio della sentenza impugnata.
Il ricorrente deduce infatti l’infondatezza, nel merito, dell’eccezione di estinzione sollevata dalle controparti, in quanto fondata su documenti inutilizzabili, ma non investe il presupposto del mutamento del rito, costituito dall’ampliamento del thema decidendum, anche in relazione all’an della prestazione professionale, in conseguenza dell’eccezione di estinzione dei resistenti, da valutarsi, ai fini del mutamento suddetto, indipendentemente dalla sua fondatezza.
Pure l’ottavo motivo (H), con il quale si denuncia la violazione dell’art. 5 allegato al DM Giustizia 9.4.2004 è inammissibile poiché non coglie la ratio della pronuncia impugnata, che ha affermato l’applicabilità del DM 140/2012, incompatibile con la disposizione invocata sia con riferimento alla voce “discussione orale” che alla “maggiorazione del 20% sugli onorari”, non più previste sulla base dei parametri liquidativi previsti dal DM 140/2012.
Con il nono motivo (I) si denuncia la violazione degli artt. 2, 3, 4, 5 e 6 D.lgs. 231/2002, delle disposizioni del DM 22.6.1982 e dell’art. 429 cpc, lamentando il mancato riconoscimento di interessi moratori e rivalutazione monetaria sul proprio compenso.
Pure tale motivo è inammissibile, in quanto fondato sul richiamo ad una normativa diversa da quella che il giudice di merito, con statuizione che non è stata impugnata, ha ritenuto applicabile al caso di specie.
In ogni caso, anche con riferimento alla normativa anteriore, secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, se è vero che, in tema di liquidazione di diritti ed onorari di avvocato e procuratore a carico del cliente, la disposizione comune alle tre tariffe forensi (civile, penale e stragiudiziale) contenuta nel D.M. 14 febbraio 1992 n. 238 prevede che gli interessi di mora decorrano dal terzo mese successivo all’invio della parcella, quando tuttavia insorge controversia tra l’avvocato ed il cliente circa il compenso per prestazioni professionali, il debitore non può essere ritenuto in mora prima della liquidazione del debito, che avviene con l’ordinanza che conclude il procedimento ex art. 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794 (che è di particolare, sollecita definizione), sicché è da quella data – e nei limiti di quanto liquidato dal giudice – e non da una data anteriore, che va riportata la decorrenza degli interessi (Cass. 2413/2011).
Il decimo (L) e dodicesimo motivo (N) denunciano la violazione, rispettivamente, dell’art. 91 cpc e degli artt. 24 e 92 cpc, lamentando l’integrale compensazione delle spese di entrambi i gradi del giudizio.
I motivi che, in quanto connessi, vanno unitariamente esaminati, sono infondati.
Il giudice di appello, con motivazione logica ed adeguata, ha infatti ritenuto che il limitato riconoscimento del compenso del professionista a fronte dell’ammontare complessivo del credito richiesto, nonché il rigetto, oltre che dell’appello principale degli odierni resistenti, anche dei motivi di appello incidentale del ricorrente, su tariffe applicabili, richiesta di rivalutazione monetaria, decorrenza degli interessi e maggiorazione del 20% sulle proprie competenze, comportasse reciproca soccombenza, e dunque giustificasse la pronuncia di compensazione delle spese di lite. Tale statuizione è conforme al consolidato indirizzo di questa Corte, secondo cui la nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale delle spese processuali, sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate, che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorché essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero una parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in unico capo (Cass. 21684/2013).
L’undicesimo motivo (M) denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 96 cpc per la mancata condanna delle controparti per responsabilità aggravata, ai sensi della norma suddetta.
Pure tale motivo è infondato.
Nel caso di specie, la soccombenza reciproca tra le parti alla luce del limitato riconoscimento del credito del professionista e la conseguente integrale compensazione delle spese di lite, nonché l’accertamento del giudice di appello, secondo cui gli assunti degli appellanti ed odierni resistenti non erano del tutto peregrini, esclude la sussistenza di mala fede o colpa grave a carico dei medesimi, con la conseguenza che non sussistono i presupposti della responsabilità art. 96 cpc nei loro confronti. Va da ultimo esaminata la richiesta di condanna del ricorrente ex art. 96 cpc formulata nel controricorso dagli odierni resistenti.
Deve rilevarsi l’ammissibilità di detta istanza che, come questa Corte ha già affermato, può essere proposta anche nel giudizio di legittimità per il risarcimento dei danni causati dal ricorso per cassazione, purché essa sia formulata nel controricorso, con una prospettazione della temerarietà della lite, riferita a tutti i motivi del ricorso e che deve valutarsi riguardo all’esito globale della controversia e, quindi, rispetto al ricorso nella sua interezza(Cass.21805/2012).
La domanda è peraltro infondata.
Non è infatti ravvisabile la temerarietà del ricorso, che, come già evidenziato, implica la mala fede e dunque la coscienza di operare slealmente, ovvero la grave mancanza di diligenza, situazioni che, pur a fronte dell’infondatezza del ricorso, non sussistono nel caso di specie.
E ciò sia avuto riguardo alle peculiarità delle questioni processuali trattate, attinenti alla natura sostanziale del provvedimento conclusivo del giudizio di primo grado ed al passaggio dal rito speciale a quello ordinario, sia considerato l’esito della controversia ed il complessivo tenore degli atti difensivi del ricorrente.
Il ricorrente va invece condannato alla refusione ai resistenti delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
Sussistono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato, ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dpr 115/2002, applicabile ai procedimenti instaurati dal trentesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge, avvenuta il 30 gennaio 2013.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.
Condanna il ricorrente alla refusione ai resistenti delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi 5.200,00 Euro, di cui 200,00 Euro per rimborso spese vive, oltre a rimborso forfettario per spese generali in misura del 15%, ed accessori di legge.
Dà atto che sussistono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater Dpr 30 maggio 2002 n.115.

Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 20-09-2017) 17-11-2017, n. 27369

Non risulta ritualmente dimostrata la notificazione di un atto quando la parte produce in giudizio una stampa cartacea delle relate di notificazione e dei documenti inviati in via telematica priva della sottoscrizione autografa dell’attestazione di conformità. Questo è quanto stabilito dall’ordinanza n. 27369/2017 della Suprema Corte di cassazione.
Cass. civ. Sez. VI – 3, Ord., (ud. 20-09-2017) 17-11-2017, n. 27369
Fatto Diritto P.Q.M.
PROCEDIMENTO CIVILE
Ricorso per cassazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26109/2016 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliato in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e difeso dall’avvocato RAFFAELE PISACANE; – ricorrente –

contro

A.G., A.F., elettivamente domiciliati in ROMA piazza Cavour presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentati e difesi dall’avvocato LUIGI AMBROSIO, FRANCESCO AMBROSIO; – controricorrenti –

avverso la sentenza n. 3312/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 05/10/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non partecipata del 20/09/2017 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI. Dato atto che il Collegio ha disposto la motivazione semplificata.

Svolgimento del processo

che: la Corte di Appello di Napoli ha confermato la sentenza di primo grado che aveva accolto la domanda di rilascio di un fondo rustico già concesso in comodato gratuito da A.G. e F. a F.M., che si era opposto alla domanda contestando l’esistenza del comodato ed eccependo l’intervenuta usucapione in proprio favore;

la Corte ha affermato, fra l’altro, che il primo giudice aveva “fatto buon governo delle risultanze istruttorie” e aveva “correttamente interpretato e vagliato il materiale di prova, militante indubitabilmente per la sussistenza del comodato gratuito precario”, senza che il F. fosse riuscito a dimostrare l’asserita interversione della detenzione in possesso;

ha proposto ricorso per cassazione il F., affidandosi ad un unico articolato motivo, con cui ha denunciato l'”omesso ovvero insufficiente esame circa un fatto decisivo per il giudizio in relazione all’art. 1141 c.c., in totale incompatibilità con l’art. 1810 c.c.“, nonchè l'”omessa e/o inadeguata valutazione del materiale probatorio offerto agli atti in ordine alla risalente apprensione del bene in contestazione e alle manifestazioni dell’animus rem sibi habendi”;

hanno resistito gli intimati con unico controricorso.

Motivi della decisione

che: il ricorso è inammissibile nella parte in cui lamenta l’omesso esame di un documento (denuncia-querela del 26.9.2008) senza ottemperare all’onere di trascriverlo e di indicarne la sede di reperimento (ex art. 366 c.p.c., n. 6), così impedendo alla Corte di valutarne la decisività sulla base della sola lettura del ricorso (tanto più alla luce delle contestazioni dei controricorrenti circa l’effettivo contenuto integrale della denuncia);

il motivo è, per il resto, inammissibile in quanto non individua alcun error iuris in cui sarebbe incorsa la Corte, ma si risolve nella contestazione della valutazione complessiva del materiale probatorio, proponendone una lettura alternativa funzionale all’affermazione dell’insussistenza del comodato, in tal modo sollecitando un accertamento di merito non consentito in sede di legittimità;

non deve disporsi la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di lite, in quanto il controricorso non risulta ritualmente proposto per mancanza di prova dell’avvenuta notifica a controparte: l’atto depositato dagli Am. contiene, infatti, una stampa cartacea delle relate e dei documenti inviati in via telematica che non risulta idonea a comprovare la notifica in quanto carente di sottoscrizione autografa dell’attestazione di conformità (cfr. Cass. n. 18758/2017, Cass. n. 17450/2017 e Cass. n. 7443/2017, in motivazione);

trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2017